Guerra e crisi idrica in Medio Oriente: il caso dello Yemen

Nel marzo del 2015 l’intervento di una coalizione guidata dall’Arabia Saudita dava inizio alla guerra dello Yemen. A distanza di tre anni dall’inizio delle ostilità l’impatto sulla popolazione e sulle infrastrutture del Paese, in particolare quelle idriche, è stato devastante. Secondo alcuni esperti dell’ONU, lo Yemen potrebbe diventare il primo Paese al mondo a ritrovarsi senza acqua.

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Lo Yemen, Paese situato all’estremità sud-occidentale della Penisola Arabica, è caratterizzato da un clima secco e semi arido. A differenza di molti paesi del Medio Oriente, l’antica “Arabia Felice” non è attraversata da nessun fiume, potendo contare solo sull’apporto idrico proveniente dall’acqua piovana e dagli strati acquiferi. Simili condizioni fanno sì che lo Yemen sia considerato tra i Paesi più poveri in acqua del pianeta.

Alcuni fattori hanno aggravato questa situazione. Essi sono per lo più dovuti al forte aumento della popolazione, alla cattiva gestione dello sviluppo agricolo unito all’uso dell’acqua nella coltivazione del Qat, all’assenza di un’autorità che eserciti il controllo della gestione idrica, e all’impatto del cambiamento climatico.

Il Paese è caratterizzato da una forte crescita demografica. Il numero di abitanti, pari a 29,04 milioni di abitanti, è quintuplicato dal 1950. Secondo alcune stime, dovrebbe raddoppiare nel 2050. Questa crescita demografica interessa soprattutto le zone urbane, provocando un forte aumento della domanda di acqua.

L’agricoltura, in un territorio tanto arido, drena una parte consistente del fabbisogno idrico nazionale. I sussidi pubblici, finanziando gli investimenti nell’irrigazione in superficie, hanno aumentato lo spreco delle risorse idriche. Inoltre, l’aumento delle terre agricole, tra il 1970 e il 2004 sarebbe stato del 1000%.

Ciononostante, una delle peculiarità del settore agricolo riguarda la produzione di una droga, il qat. Questa droga, che provoca effetti simili alla cocaina, è molto usata nei paesi della regione del Corno d’Africa. Essa viene assunta dai consumatori per rimanere svegli e alleviare gli effetti della stanchezza e della fame. Secondo alcune stime, le superficie che coltivano il qat rappresentano il 30% del totale.  Inoltre, consumerebbero il 90% dell’acqua proveniente dagli acquiferi. Il problema appare di ancor più difficile soluzione se si considera che la produzione e vendita di qat genera il 60% del PIL del Paese. Paese già sull’orlo del collasso economico.

La terza ragione va ricercata nell’assenza di istituzioni forti per garantire un uso ragionevole dell’oro azzurro. L’instabilità cronica nella quale versa il Paese, in particolare dall’intervento della coalizione, non permette alle autorità di impedire lo spreco dell’acqua. Di conseguenza, le infrastrutture non vengono riparate e molta acqua viene sprecata per via di buchi presenti nelle tubature. Inoltre, lo scavo di pozzi illegali è cresciuto in modo allarmante.

Infine, non si può non menzionare l’effetto dei cambiamenti climatici sulle risorse idriche del Paese. Essendo localizzato sotto il 25° parallelo, lo Yemen potrebbe diventare più umido per via del riscaldamento climatico. L’aumento delle precipitazioni dovrebbe generare fenomeni più violenti, come, ad esempio, delle tempeste simili ai monsoni, provocando gravi danni alle infrastrutture. Inoltre, un aumento di 2°C permetterebbe alle ondate di calore di colpire le zone costieri di bassa altitudine.

La guerra tra il governo Hadi sostenuto dalla coalizione a guida saudita e i ribelli Houthi, accusati dal vicino settentrionale di essere sostenuti dall’Iran, ha fortemente peggiorato questa situazione. Il controllo delle risorse idriche è diventato per le parti in causa un obiettivo strategico. Sia gli Houthi che i sauditi hanno bloccato aiuti umanitari in acqua e derrate alimentari per colpirsi a vicenda. Inoltre, molte infrastrutture idriche sono state danneggiate o distrutte. Nelle vicinanze di Sana’a, diversi rapporti indicano che i raid sauditi nel distretto di al-nahdin abbiano distrutto un serbatoio di acqua potabile che forniva acqua a 30.000 persone.

Uno degli effetti più immediati di questi scontri è stato di ridurre fortemente l’approvvigionamento in acqua potabile della popolazione civile. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite OCHA, 16 milioni di yemeniti non hanno accesso all’acqua pulita e ai servizi igienici. Di conseguenza, vi sono state epidemie di colera e diarrea, che hanno causato 1,115,378 casi sospetti e 2,310 morti tra l’aprile del 2017 e luglio del 2018.

Un altro effetto del disperato bisogno di avere accesso all’acqua è stato di rinforzare il consenso di alcuni strati della popolazione nei confronti di gruppi jihadisti come Al Qaeda. Al Qaeda è presente nelle regioni meridionali del Paese, dove si trovano le sue roccaforti.  Essendo state a lungo ignorate dalle autorità governative, le comunità locali trovano una spalla nel gruppo terroristico che fornisce loro un accesso all’acqua, insegnando loro a scavare pozzi. Simili azioni hanno fatto crescere in modo esponenziale la popolarità del gruppo.

Il conflitto per il controllo della risorsa sta inasprendo le rivalità a livello locale. Secondo alcune stime, i due terzi delle violenze rurali sarebbero legati al tentativo di accaparrarsi l’oro azzurro. Queste tensioni contribuiscono in modo decisivo all’instabilità del Paese.

Lo Yemen fornisce un triste esempio dell’impatto devastante che può avere un conflitto armato in un Paese che non ha né la capacità politica, né le risorse economiche per fronteggiare una sfida impellente come la carenza d’acqua potabile. Nel corso della guerra, i problemi idrici preesistenti al conflitto sono peggiorati. Vista la questione centrale dell’acqua negli equilibri strategici del Paese, l’inizio di un negoziato sulla ripartizione equa delle risorse idriche tra le varie fazioni è l’unica strada percorribile per giungere a una riconciliazione nazionale.

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